Sanremo 2019

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Il Festival di Sanremo mi piace, e lo sapete. Solo che quest’anno non lo sento. Come ho già spiegato in occasione della passata edizione, non ho una buona affinità col direttore artistico Claudio Baglioni e questo ha un pò smorzato la mia curiosità che, in genere, precede di parecchio quest’evento.

Tuttavia, pur avendo già parlato ampiamente in passato del motivo del mio interesse per questa manifestazione, mi andava di lasciare una traccia della 69esima edizione del Festival qui su My World… 

Questa la lista delle canzoni in gara:

Arisa Mi sento bene
Loredana Bertè Cosa ti aspetti da me
BoomDaBash Per un milione
Federica Carta e Shade Senza farlo apposta
Simone Cristicchi Abbi cura di me
Nino D’Angelo e Livio Cori Un’altra luce
Einar Parole nuove
Ex-Otago Solo una canzone
Ghemon Rose viola
Il Volo Musica che resta
Irama La ragazza con il cuore di latta
Achille Lauro Rolls Royce
Mahmood Soldi
Motta Dov’è l’Italia
Negrita I ragazzi stanno bene
Nek Mi farò trovare pronto
Enrico Nigiotti Nonno Hollywood
Patty Pravo con Briga Un po’ come la vita
Francesco Renga Aspetto che torni
Daniele Silvestri Argentovivo
Anna Tatangelo Le nostre anime di notte
The Zen Circus L’amore è una dittatura
Paola Turci L’ultimo ostacolo
Ultimo I tuoi particolari

Ci credete se vi dico che non avevo ancora dato un’occhiata ai partecipanti? Bene. In quello che sembra essere il Festival dei ritorni, posso dire che, per quanto mi riguarda, l’attenzione sarà puntata sui brani di Arisa, Cristicchi, Renga e Silvestri, mentre scommetto su Nek come vincitore della sfida per la canzone più radiofonica. E poi c’è Ultimo che mi incuriosisce (la sua Ti dedico il silenzio mi sta accompagnando in questo periodo). 

Tanti i superospiti finora confermati, quasi tutti italiani: Eros Ramazzotti, Luis Fonzi, Fiorella Mannoia, Marco Mengoni, Tom Walker, Ligabue, Elisa, Alessandra Amoroso, Andrea Bocelli, Giorgia e Antonello Venditti

Quel che è certo è che, Baglioni a parte, qualcosa resterà nella storia anche quest’anno. Perchè Sanremo è Sanremo. O così mi piace ancora pensare. 

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Appunti sul diario

Pagine del diario

Riordiniamo un pò le idee buttando giù un veloce aggiornamento.

Come avrete avuto modo di notare nel post precedente, ho iniziato a trasferire in My World… il materiale rilevante pubblicato su Alone in Kyoto nel corso degli anni. La gestione di due blog è ormai impossibile per me e, quindi, tanto vale portare di qua il lavoro che non merita di essere dimenticato. Per cui, nei prossimi mesi i nuovi articoli di questo sito saranno intervallati da recensioni (o pseudo tali) di film a cui in passato ho dedicato la mia attenzione. I posteri (?) potranno tirare un sospiro di sollievo.

Durante le feste natalizie ho visto lo speciale di Black Mirror di cui tutti parlano. Opinione: Promossa a pieno voti. Bandersnatch non solo resta coerente con lo spirito della serie ideata da Charlie Brooker, ma addirittura riesce nell’intento di portarla ad un livello successivo, quello dell’interazione soggettiva da parte dello spettatore. Che poi si potrà discutere sulla vera utilità della scelta multipla e di una trama che è solo apparentemente contorta. Perchè anche il parere è soggettivo, esattamente come le scelte fatte fare al protagonista. Ma Bandersnatch rimane una meraviglia che i cultori di Black Mirror non possono non riconoscere nella forma e nei contenuti.

Dopo diversi anni sono riuscito a rivedere i miei cugini che vivono ormai in pianta stabile a Modena. Sono stati incontri veloci e brevi, come ormai le nostre vite fatte soprattutto di bambini e impegni lavorativi ci impongono di fare. Sono lontani i tempi spensierati dell’adolescenza vissuta insieme. Tuttavia li ho trovati bene. Resistiamo bene.

In questi giorni le temperature sono calate parecchio. Si dice che, nei prossimi giorni, potrebbe tornare a nevicare come già successo lo scorso febbraio, quando dalle mie parti si è assistito ad una storica imbiancata senza precedenti a memoria d’uomo. Staremo a vedere. Intanto mi sa che è arrivata l’ora di indossare il cappello anche quest’anno. Forse.

Chiudo il post con una canzone che ho scoperto tardi ma che, secondo il mio parere, completa bene lo scenario invernale a cui stiamo assistendo in questo periodo. Candele accese e occhi chiusi. Loro sono gli Alice in Chains, e questa è Nutshell.

Go – Una notte da (non) dimenticare

Go Una notte da dimenticare Teaser Poster

 

Di film destinati all’anonimato ne è piena la storia del cinema, ed io mi sono sempre interrogato sul motivo per cui questi titoli finiscono col passare in sordina per poi lasciar sbiadire le loro già precarie tracce.  A parer mio, alcuni di questi non meritano l’oblio. Ed è per questo che oggi voglio spendere qualche parola per Go – Una notte da dimenticare.

 

Go Una notte da dimenticare HDPellicola della fine degli anni novanta, tempi in cui per vedere un film in prima visione di domenica sera dovevi approdare al più vicino Blockbuster, munito della tua tessera fedeltà. In quegli anni era tutto eccessivamente pop ed underground, e i primi rave party facevano prepotentemente capolino come alternativa allo svago dei più giovani. Go trasuda tutto questo, ne coltiva la storia e fa di essa una sorta di manifesto di quella fetta di gioventù bruciata di quegli anni.

Go RonnaIl filone è uno di quelli a me più cari, quel Tutto in una notte che mi intrattiene parecchio e mi tiene incollato alla poltroncina del cinema di casa. Quattro storie si intersecano tra loro, tra i tasselli di un puzzle cronologicamente lineare che richiama la struttura delle pellicole di un certo periodo Tarantiniano. La notte viene vissuta da quattro prospettive differenti, completando sul finale il grande mosaico prodotto. Ma non è solo la tecnica di montaggio a fare il verso ad un certo genere di cinema. I dialoghi e le situazioni palesemente irrealistiche del film di Doug Liman sfociano spesso nel non-sense più assurdo, dando vita ad una sorta di Pulp Fiction acerbo che piacerà agli amanti del genere.

Il cast è formato dai “Saranno famosi” dell’epoca, giovani promesse che, a dire il vero, hanno nel tempo disilluso le aspettative. Spiccano su tutti i nomi di Katie Holmes (la Joey di Dawson’s creek ed ex Sig.ra Cruise), William Fichtner (Armageddon, Crash) e Sarah Polley (talentuosa regista, qui nei panni di attrice). 

Go ScreamLa colonna sonora di Go gioca un ruolo importante all’interno della pellicola, proprio perchè tutta la storia viene mostrata come se fosse un frenetico videoclip. La stessa soundtrack, poi, può vantare la partecipazione di numerosi artisti celebri degli anni novanta come i No Doubt, Natalie Imbruglia e Fat Boy Slim. Anche le musiche strumentali (la cosiddetta Score) che accompagnano le vicende notturne dei protagonisti, hanno un’impronta fortemente trip hop, genere molto in voga all’epoca. 

In conclusione, vi rinnovo il mio parere favorevole alla visione di Go – Una notte da dimenticare. Un film per nulla pretenzioso, che gioca a prendersi in giro, e che però può facilmente intrattenere il pubblico, specie quello in cerca di un tuffo negli anni novanta americani.

Aspettando Sanremo 2018

Sanremo18 Logo

 

Durante la settimana del Festival di Sanremo, a lavoro, la stanza si trasforma in un covo di esperti discografici. Gli argomenti su cui discutere diventano monotematici, la collega inizia a sentenziare sui probabili vincitori e a distruggere outfit e allestimenti vari dei protagonisti, la radio da ascoltare diventa categoricamente Radio Rai. Perchè Sanremo è Sanremo. E a me va benissimo essere capitato nella stanza dell’ufficio giusta.

Avviso ai nuovi naviganti: in queste pagine si è parlato quasi ogni anno di Sanremo. Pur riconoscendo la parvenza di vecchiume che aleggia intorno alla manifestazione canora più importante del Bel Paese, devo ammettere di parteggiare sempre per il Festival della canzone italiana (e le mie principali motivazioni le trovate QUI).  Tutto questo nonostante i motivi legati al cambiamento non mi permettano più di seguirlo come una volta.

Il Sanremo che non c’è più. Una delle cose che Sanremo ha perso durante i suoi anni è il braccio teso da parte della concorrenza. Mi spiego meglio. Al netto dello stuolo di trasmissioni di Mamma Rai volte a far da traino (e che sono rimaste tutt’oggi), c’era un tempo in cui anche Mediaset et similia contribuivano alla notorietà del Festival attraverso un numero consistente di appuntamenti. Striscia la notizia e Le iene, ad esempio, stravolgevano l’usuale palinsesto e dirottavano le incursioni dei propri inviati nella cittadina in provincia di Imperia in nome del gossip e, soprattutto, nel tentativo di smascherare eventuali vittorie pilotate (memorabile fu il ROSA-LINO-VINCE del ’96).  Evidentemente, quelli ai piani alti di Mediaset devono aver capito, col tempo, che più che danneggiare la manifestazione tutto questo finiva col fare da propaganda al Festival. E allora niente più richiami. Anzi, niente contro-programmazione. Tappeto rosso srotolato e parola agli ascolti. Peccato.

Sanremo 2018. Senza mezzi termini, le mie sensazioni iniziali nei confronti del Festival di quest’anno sono negative. Il trio di presentatori (e direttore) è composto per due terzi da elementi che non hanno mai avuto il mio apprezzamento. Non me ne voglia la cara amica Lali, ma Claudio Baglioni non è una figura che mi attira empaticamente. Se poi ci mettiamo che le sue scelte dei cantanti in gara sono per la maggior parte lontane dai miei gusti musicali, il dado è tratto. E nemmeno la (a detta di molti) simpatica Michelle Hunziker, già sul palco nel lontano 2007, riesce a catturarmi. L’unico che stimo, in termini ludici, è Pierfrancesco Favino. Ottimo attore, alla sua prova del nove sul palco dell’Ariston. Un’incognita su cui, però, pongo buone aspettative. 
Tutti tranquilli, comunque. A quanto pare, Claudione starebbe caricando a pallettoni la scaletta, grazie alle parecchie amicizie nell’ambito dello spettacolo di cui gode. Tutto questo assicura al Festival un numero consistente di ospiti, cantanti e comici, che garantirebbero la buona riuscita degli intermezzi extra-gara. Un nome su tutti: Fiorello. Basta, no?

Tantissimi ospiti. Come detto, questo Sanremo 2018 pare essere una corsa all’invito. Tutti, o quasi, i più grandi nomi della canzone italiana stanno facendo a gara per accaparrarsi un posto d’onore tra le 5 puntate del Festival. Tra i nomi confermati troviamo Il Volo, Giorgia, Gianna Nannini, i Negramaro, Biagio Antonacci, Gianni Morandi, Piero Pelù, Gino Paoli, il trio Nek Pezzali e Renga, Fiorella Mannoia e Laura Pausini.  La lista è ancora work in progress, ma la base c’è ed è solida. Mi chiedo, però, se tutti questi cavalli di razza non toglieranno la scena ai cantanti della gara, quella vera, sminuendoli irrimediabilmente. E gli ospiti internazionali? Al momento la lista è ferma ai nomi di Sting, Shaggy e James Taylor. Un pò poco, considerando i trascorsi.

Chiudo l’articolo con una triste considerazione: non c’è un solo nome in gara che mi entusiasmi. Però ci stanno gli Elii. Basta girare un pò il web per capire quanto le esibizioni al Festival di Sanremo degli Elio e le storie tese abbiano fatto storia. E allora aspettiamoci lo show. Sperando in qualche sorpresa, in numerose papere e in qualche polemica ben assestata.

 

Scaletta Sanremo 2018

 

Ricapitolando…

Ricapitolando

 

Weekend alle porte. Nonostante il mio fine settimana non sia più quello di anni fa, provo comunque ad arrivarci con lo stesso entusiasmo di allora. Se non altro, non avrò da lavorare. Piuttosto spero di riuscire a sfruttare questi due giorni per andare a fare shopping da saldi (camicie, jeans e scarpe sono in wishlist da un pò) cercando, poi, di ritagliarmi del tempo da dedicare alle mie passioni. 

A tal proposito, riporto un rapido punto della situazione su tutti quegli elementi a corredo della mia vita in questo periodo.

La lettura di IT di Stephen King procede a rilento. Sono a circa 300 pagine completate ma, dopo un inizio molto scorrevole, mi trovo adesso alle prese con un tratto che, personalmente, ritengo meno incisivo. Credo che in questa analisi abbia la sua valenza anche il tipo di impaginazione che la versione tascabile ha riservato a quest’opera: è tutto troppo attaccato, e la stanchezza ne risente. Resta un bel romanzo, comunque.

In attesa che riprenda la normale programmazione di The Walking Dead e This is us, sto recuperando la quarta stagione di Black Mirror, una delle mie serie-tv preferite in assoluto. Per ora ho visto soltanto le prime due puntate e devo ammettere che, purtroppo, non mi hanno sconvolto quanto mi aspettassi. U.s.s. Callister parte in sordina, quasi come una parodia che beffeggia le vecchie serie di fantascienza degli anni 60. Poi assume la forma tipica della serie-tv, il protagonista finisce vittima della sua brama di controllo dei cloni, e diventa tutto più interessante. Nel complesso un episodio che gioca molto sull’ironia e che ti spiazza proprio quando stai nel bel mezzo della risata. Arkangel mi è piaciuto poco. Nonostante segua il filone tecnologico e distopico della serie, devo dire di averlo trovato “svuotato”, privo di quel cinismo che contraddistingue gli altri episodi. Stasera riparto col terzo. Sonno permettendo.

Capitolo musica. Più che scoprire canzoni del momento (il mercato latita in questo periodo), sto venendo a conoscenza, grazie a Spotify, di parecchi brani che meritano di finire di diritto nella mia playlist principale. Through glass degli Stone Sour, ad esempio, è tra quelle che più ascolto ultimamente.

Vorrei comprare un nuovo gioco per la Ps4. Dopo oltre 2 mesi di fiducia incondizionata, devo rompere gli indugi ed ammettere che Fifa 18 non mi appassiona quanto il suo predecessore. Quindi, ho pensato di cambiare genere e voglio approfittare degli sconti di gennaio per buttarmi su qualche platform vecchio stampo. Steamworld DigOddworld: New ‘n’ Tasty è l’eterno dilemma che, spero, di risolvere entro questa sera.

Chiudo l’articolo con una canzone che posso definire “Il mio momento di felicità di questa giornata”. Malgrado sia una delle canzoni più famose di Robbie Williams, erano anni che non l’ascoltavo. E, beh, mi ha fatto stare bene. Dunque ringrazio Il volo del mattino per avermela riportata alla memoria. Questa è Angels. Buon fine settimana.

 

La mia prima volta…

ch-ch-ch-changes

 

Chi mi legge da tanto tempo sa che considero My World… come una sorta di diario personale. Non a caso il tag Tracce di me è uno dei più utilizzati qui. Questo motivo mi ha spinto a tornare nel blog (al momento ancora congelato) e a scrivere queste righe da destinare al futuro che verrà. 

Ieri ho fatto il mio primo tatuaggio.

Già. Sembra assurdo, se consideriamo il fatto che ho sempre rinnegato con forza l’idea di imprimere qualcosa di permanente sulla mia pelle. A dire il vero, tempo fa i tatuaggi li detestavo a prescindere da chi li portasse. Non che ci fosse una motivazione valida a questa mia prevenzione negativa. Non mi piaceva come tecnica di simbolismo, non mi piaceva come moda, non mi piaceva come passione da coltivare. Non mi piaceva e basta. Poi le cose sono cambiate. 
Si, perchè sto imparando ad accettare che nella vita si cambia. Sebbene io continui con orgoglio a definirmi un tradizionalista/abitudinario/nostalgico, mi sto accorgendo che in fondo la vita è cambiamento. Cambiano le idee, cambiamo noi. E tanto vale accettarlo. 
Quindi sono passato, gradualmente,  dal rifiuto verso i tatuaggi al rimanerne affascinato. Eppure io fino a circa sei mesi fa non mi sarei mai sognato di diventare l’ospite d’onore della sedia del tatuatore. E invece.

E’ stato tutto molto veloce. Ieri mattina ricevo la conferma dell’appuntamento (fino ad allora sempre piuttosto in bilico)  per il tardo pomeriggio. Alle 19.30 avevo il mio primo segno indelebile sulla pelle. Nel mezzo, un ripensamento improvviso e la forte incredulità durante il processo che avveniva. 

Sono soddisfatto? Si, sono molto soddisfatto. 

Le cose cambiano. 

 

Il fine settimana dei ritorni

Dylan Dog - Reborn

L’ultimo weekend di settembre è passato via all’insegna delle scoperte del passato. Mi riferisco a due passioni che, seppure mai sviluppate totalmente, sono ritornate di moda in maniera inaspettata. 

Ci sono prodotti d’intrattenimento la cui presenza non resta costante nella vita. Vanno e vengono, a seconda dei periodi e, soprattutto, degli impegni. Quando il tempo libero è limitato, sei costretto a fare delle scelte e a tralasciare gli interessi che ti prendono di meno rispetto al resto. E’ così per il wrestling,  lo sport spettacolare a cui ho legato tantissimi momenti felici e che ciclicamente torna a far parte delle mie giornate. 
Il boom negli anni novanta del wrestling ha portato allo sviluppo di altre discipline, decisamente più realistiche, ma altrettanto spettacolari. L’UFC, ad esempio, è la più grande organizzazione di arti marziali miste che ha saputo unire lo show d’intrattenimento, il carrozzone dei nomi e dei personaggi con degli incontri “veri”. Sfortunatamente, finora l’UFC non era mai riuscita a prendere piede in Italia, probabilmente per l’eccessiva crudezza dei match. Finora.
La notizia di qualche giorno fa parla dell’acquisizione dei diritti di alcuni spettacoli della federazione da parte di Fox Sports Italia. Il che vuol dire che già dallo scorso weekend gli appassionati dell’UFC hanno potuto godersi il ppv senza costi aggiuntivi a quello dell’abbonamento Sport. Bel colpo.
Io non mi ritengo un fan con la Effe maiuscola, ma intanto ho registrato l’evento sul MySky. Il proposito è quello di iniziare a fare dell’UFC una nuova abitudine. 

Da adolescente ci fu un periodo nel quale andavo matto per i fumetti di Dylan Dog. Mi piacevano le sue storie e lo sviluppo narrativo simile a quello di un film. Avevo una nutrita collezione fatta di inediti, prime ristampe, seconde ristampe e book che adesso presumo si trovino da qualche parte in cantina.
Ricordo ancora l’emozione che provai nell’andare a comprare il leggendario Numero 100, un albo stampato eccezionalmente a colori. La stessa emozione l’ho riprovata lo scorso sabato, quando mi sono deciso a comprare il numero 337. La prima impressione nell’aprire la copertina è stata di stupore: avevo dimenticato il potere rievocativo dell’odore della carta da fumetto.
Il numero 337 di Dylan Dog rappresenta lo spartiacque tra il vecchio modo di concepire la realtà dell’indagatore dell’incubo e una nuova Era. Spazio profondo è una storia di fantascienza (piuttosto banale, ad essere onesto) ambientata nel 2427 in cui il ricordo del nostro Dylan, morto all’inizio del ventunesimo secolo, viene impiegato per dar vita a cinque suoi cloni programmati per recuperare una navicella popolata da spettri spaziali. Insomma, piuttosto stramba come situazione. 
Ciò che più mi spinge a riprendere la lettura mensile del fumetto è il fatto che dal numero 338 in poi Dylan Dog stravolgerà alcune certezze del passato. Mai piu’ Bloch, nuove nemesi ed un approccio alla tecnologia differente. Tanta carne al fuoco per il rilancio di un personaggio che aveva iniziato un lento declino negli ultimi anni. 

Riuscirò a fare di UFC e Dylan Dog le mie buone abitudini del futuro? Non resta altro da fare che rimanere sintonizzati. 

MJ – Ricordi del mito

Michael Jackson_Wallpaper

 

Ultimamente ci sono tornato in fissa. Non so quand’è successo, e nemmeno come, ma d’improvviso è ricomparso il  forte interesse nei confronti dell’Universo di Michael Jackson.

La star nativa di Gary è stata tra gli artisti più influenti nel panorama musicale contemporaneo, in quello del ballo, ed ha spianato la strada a tantissime pop star che si sono affacciate al pubblico in seguito. La maggior parte di noi (o, almeno, tutti noi che siamo cresciuti di pari passo col suo straordinario successo)  ricorda lucidamente dove si trovava e cosa stava facendo al momento della notizia della sua morte nel 2009. Io, ad esempio, ricordo di aver pensato che si trattasse di una bufala. Come se lui non potesse mai morire. Come se fosse scontata la sua Immortalità.

Provando a scavare il fondo del baule delle memorie, invece, credo che il mio primo approccio (non felicissimo) con il Re del Pop risalga ai primi anni ottanta. Erano gli anni della sua ascesa come cantautore solista,  si stava separando dalla band fondata insieme agli altri fratelli, i Jackson 5, ed aveva da poco pubblicato un album che sarebbe entrato di diritto nel Guinness dei Primati per numero di copie vendute: Thriller. Il video della canzone che diede anche titolo al disco veniva spesso trasmesso da una rete locale campana (allora i canali tematici in Italia erano inesistenti)  che offriva un segnale analogico instabile ma tutto sommato efficiente. John Landis, regista di Un lupo mannaro americano a Londra e The Blues Brothers, fu chiamato a ricreare uno scenario horror fatto di zombie, lupi mannari e persino dei denti da vampiro. Il risultato fu un cortometraggio mozzafiato, se consideriamo i parametri dell’epoca. Quel video, lanciato nell’etere selvaggio, fu per me un autentico spauracchio negli Anni Ottanta, al punto da doverlo evitare fino a quando età e coscienza mi hanno permesso di sviluppare coraggio per vederlo.  

Il secondo ricordo che ho di Michael è quello che probabilmente mi ha permesso di legarmi maggiormente alla sua musica. Mi trovavo ricoverato per qualche giorno in ospedale e mi annoiavo a morte. C’era però il walkman (si, ho messo il link a Wikipedia per questo aggeggio) a tenermi compagnia e una cassetta che mio zio mi regalò per l’occasione. La cassetta era un Best of pirata di Michael con alcune delle tracce tratte da Thriller e Bad riproposte in sequenza casuale. Fu così che elessi Human Nature la mia canzone preferita dell’artista afroamericano. 

Arrivò poi l’Era di Dangerous, il suo terzo album da solista. Mio cugino ed il mio migliore amico avevano la medesima tela raffigurante la bellissima copertina del disco. Italia Uno mandò in onda l’anteprima del video del primo singolo, Black or White e, successivamente, una versione tagliata del concerto tenuto a Bucarest, una delle tappe del Dangerous Tour. Io e il mio videoregistratore eravamo in piena febbre da Jackson. 

Sempre durante il periodo delle VHS, parliamo della metà degli anni novanta, venni in possesso di History on Film,  mini-collana composta da due videocassette contenenti una serie di videoclip di Michael. La prima includeva i video più famosi del passato, la seconda quelli inediti relativi ai brani del nuovo cd (History, appunto). Nel contempo, un’ottima cassetta bootleg di brani mixati e rielaborati, Remind the Remix, diventava a me familiare e piacevole da ascoltare.

Poi più niente. 

Invincible, l’album del 2001, ed i successivi progetti (inclusi gli album postumi) mi sono passati accanto senza lasciare in me traccia o ricordo rilevante. Fino a quando non ho ripreso a documentarmi e a scoprire che c’è un’infinità di materiale, più o meno ufficiale, che descrive in maniera dettagliata ad esauriente la carriera di questa Icona del Pop. 

Perchè, aldilà degli scandali personali, delle sue manie opinabili e dello stile di vita bizzarro, Michael Jackson resta un’Icona. Per la musica, un Immortale. Michael Jackson resta il Mito.

It’s all about time… [Reprise]

Time goes by fastly

Qualche anno fa dedicai un post alla difficoltà di ritagliare un pò di tempo per i miei interessi (fermatevi un attimo QUI). 

Da allora molte cose sono cambiate, com’è ovvio che debba essere sia: la vita è più frenetica, e mentre alcuni punti della lista di quell’articolo sono ancora attuali, altri semplicemente non fanno più parte delle mie priorità. L’unica costante tra quei giorni e questo presente è la mancanza di tempo. Sebbene suoni strano, la verità è che è stato difficile trovare del tempo anche per scrivere questo post sul tempo che non c’è.  

Quando manca il tempo finisci con l’inseguire le tue passioni, e devi fare attenzione a non cadere in un’enorme trappola. Il desiderio di fare qualcosa che ti piace e l’impossibilità di appagarlo, infatti, possono trasformare le tue passioni in impegni e l’attesa in ossessione. La linea tra questi elementi è molto sottile.

Ad ogni modo, lasciamo da parte le divagazioni psicologiche. In onore dei buoni propositi riposti tra i commenti dell’articolo succitato, ecco al volo la nuova lista dei desideri impossibili

  • Vorrei avere più tempo da dedicare alla mia famiglia.
  • Vorrei avere più tempo per ritornare a passeggiare per le strade di campagna della mia infanzia.
  • Vorrei avere più tempo per aggiornare costantemente questo blog.
  • Vorrei avere più tempo per riuscire a ritornare a scrivere recensioni su Alone in Kyoto.
  • Vorrei avere più tempo per completare dei lavori a casa.
  • Vorrei avere più tempo per tornare a suonare.
  • Vorrei avere più tempo per fare sport o, al massimo, per andare a correre.
  • Vorrei avere più tempo per leggere con maggiore frequenza.

 

Tanto per restare in ambito, vi lascio con Time goes by di Charlie Dore, un hit della metà degli anni novanta in chiave dance. E, augurandovi buon weekend, vi chiedo: voi riuscite a districarvi tra tempo, impegni ed hobbies vari? 

 

   

Il Cinema che non torna più

Cinema Rialto

E finalmente arrivò il giorno della scadenza della Mini-Imu.

Lo so, lo so. Prima di tutto devo (ancora una volta) chiedere umilmente scusa per l’assenza prolungata di aggiornamenti che perdura, ormai, da un mese esatto. Prima ancora (o dopo, a sto punto), devo augurare a tutti buon anno in riprorevole ritardo. Ma è stato proprio l’impegno lavorativo incrementato dall’istituzione della “geniale” trovata del Governo Letta ad impedirmi di scrivere con una frequenza accettabile.
E dunque, dicevo, finalmente è arrivato il maledetto 24 gennaio. Tutti gli interessati a pagare la tassa sull’abitazione principale. Ed io che torno presente in questo posto. Per il piacere personale e, spero, di qualcuno di voi.

In questo venerdì di fine gennaio in cui l’inverno inizia a far sentire, timidamente, la sua voce attraverso temperature più abituali per il periodo, mi è giunta notizia dell’imminente triste sorte alla quale è destinato un luogo a cui sono molto legato affettivamente.

Era il 1998, ero nel pieno della mia adolescenza, ed era in uscita Titanic. Io ed un esiguo gruppo di compagni di classe (parliamo del gruppo degli sfigati, ad essere sinceri)  decidemmo di trascorrere una sera d’inverno al cinema a vedere questo filmone capace di fare ripetutamente il record d’incassi.
Aldilà del fatto che a fine serata mi ritrovai davvero sorpreso dalla totale bellezza della pellicola di Cameron, e mettendo da parte le mie divagazioni da inguaribile recensore, sposto il bersaglio dell’articolo sulla struttura che quella sera di tanti anni fa mi permise rendere globale ed incondizionata la mia passione per la settima arte: il Cinema Arcobaleno di Napoli.
Situato ai piedi del quartiere collinare del Vomero, tra i palazzoni e il caos tipici della mia città,  il Cinema Arcobaleno è stato, chiaramente, il luogo della mia introduzione al culto del cinema. Nonchè il teatro del mio primo appuntamento con quella che è poi diventata la donna della mia vita.

Negli anni novanta, il mondo (o almeno l’Italia) non era ancora pronto per le multisale da dodici proposte e per i centri commerciali. Il mondo proponeva ancora posti genuini fatti di due sole casse per comprare i biglietti, intervalli tra il primo e il secondo tempo e corse in sala per beccare i posti migliori. Il cinema Arcobaleno, con le sue invidiabili tre sale, era uno di questi posti. Malgrado la difficoltà nel trovare parcheggio nei dintorni, l’Arcobaleno aveva la rilevante prerogativa di essere raggiungibile anche con i mezzi pubblici, e ciò ha contribuito a rendere gli ultimi anni del vecchio millennio ricchi di ricordi per la mia generazione.  Ricordi che, per molti, rappresentano il passaggio temporale a ritroso verso uno stile di vita che ormai non c’è più.

Ma i tempi sono cambiati.  E, di questi tempi, non c’è più posto per il Cinema Arcobaleno, il quale chiuderà i battenti questa domenica 26 gennaio 2014.
Colpa della crisi, si dice. Colpa di un canone di fitto troppo alto, dicono. Al suo posto ci sarà un supermercato, si vocifera. Un triste epilogo che suona quasi come una beffa per un luogo che ha mandato, a sua volta, sul grande schermo finali di ogni genere e specie.

Questa notizia, lo ammetto, mi ha intristito abbastanza. E’ un venerdì grigio, come il cielo che s’innalza sulla città quest’oggi.

E mentre il weekend si avvicina a grandi passi, lasciate che vi saluti con il video di una canzone presente nella soundtrack di Cruel Intentions. Il brano si intitola You Could Make A Killing di Aimee Mann. Ci ritroviamo presto.