Remember the past: NIGHTMARE – DAL PROFONDO DELLA NOTTE

Tratto da Alone in Kyoto del 28 gennaio 2009

Poster di Nightmare - Dal profondo della notte

Ha il volto deturpato dalle cicatrici ed il fisico asciutto. Indossa un maglione sfilacciato a righe orizzontali rosse e verdi ed uno strano cappello. La sua mano destra è avvolta da un guanto dal quale partono lunghe lame affilate. S’insidia negli incubi dei giovani, terrorizzandoli e massacrandoli fino alla morte. E’ Freddy Krueger, uno dei più famosi mostri degli anni ottanta.

Il capostipite della fortunata saga sull’assassino dei sogni inizia con un’introduzione che ci mostra la realizzazione del guanto letale. Una validissima scena in formato ridotto (il tutto è ripreso in un riquadro dai contorni neri) che fa da preambolo al primo incubo di Tina, adolescente tormentata dalla presenza nefasta dell’ “Uomo nero”. La storia si svolge nella piccola cittadina di Springwood e si evolve assumendo, ben presto, le sfumature del teen-horror. Tina, approfittando dell’assenza dei suoi genitori, invita alcuni amici, Nancy e Glen, a casa per la notte. A loro si unisce il ribelle fidanzato, Rod, con il quale passerà la sua ultima notte di vita. Dopo l’omicidio di Tina, Freddy farà cadere, uno dopo l’altro, tutti i suoi amici. Ma Nancy non ha intenzione di abbandonarsi al sonno…

Uscito nelle sale nel 1984, Nightmare – Dal profondo della notte (A Nightmare on Elm Street) non parte come un lavoro pretenzioso. Il regista Wes Craven dovette lottare tre anni prima di ottenere il finanziamento necessario alla realizzazione della pellicola. Fu Robert Shaye,  l’allora presidente e fondatore della New Line (una modesta casa di produzione indipendente), a decidere di sposare la sua causa stanziando la somma di due milioni di dollari. Nessuno poteva prevedere un successo tanto importante da garantire alla pellicola la cifra record di 26 milioni d’incasso.
Craven, inizialmente, ideò il personaggio di Freddy come un uomo dal volto devastato dalle fiamme, con una dentatura orribile ed una bocca deformata fino all’inverosimile. La sua concezione, però, era poco attuabile su un soggetto quasi sempre presente sulla scena. Si optò così sull’effetto suggestione: invece di mostrare il mostro alla luce del giorno, si scelse di farlo agire sfruttando le ombre e giocando molto sulla paura che sopraggiunge più dall’immaginazione che da ciò che realmente viene mostrato. Questa particolare caratteristica è uno dei motivi secondo i quali in molti ritengono che Nightmare – Dal profondo della notte sia il migliore e più riuscito film dell’intera serie. In ogni caso, il trucco realizzato da David D. Miller risulta essere pregevole, con le ustioni del volto molto più reali di quelle presenti nei successivi capitoli.

Ombre di Freddy Krueger

Girato in sole quattro settimane, il film non propone una recitazione impeccabile, sebbene costituisca il debutto cinematografico di Johnny Depp. Vincente è, invece, l’idea di fornire una maggior interazione tra il serial-killer e la vittima di turno, con Freddy capace di spaventare anche attraverso delle frasi ad effetto. Una cosa del tutto innovativa nel periodo in cui Jason in Venerdì 13 e Michael in Halloween si limitavano ad ammazzare senza mai proferire parola.

Gli elementi che contraddistinguono questo primo capitolo sono molteplici. Innanzitutto il nome: lo psicopatico assassino di Elm Street viene chiamato, in maniera più formale, Fred Krueger. Una particolarità che rende l’aspetto dell’Uomo Nero ancor meno “familiare”. A questa curiosità va associata un’altra caratteristica che è quella dell’assenza quasi totale del fattore ironico: Fred è cupo, è crudele, e non ha nè tempo nè voglia di dispensare frasi divertenti. Per quello ci sarà spazio in futuro.
Nightmare – Dal profondo della notte non possiede un vasto campionario di musiche. Del tutto assenti le canzoni, le parti musicate si limitano all’utilizzo del solo celebre tema che ha reso immortale questa serie.

Il film segna anche la presenza di alcuni importanti indizi sul passato del mostro di Springwood: in questo primo capitolo la madre di Nancy racconta la storia di Fred, un maniaco che uccise più di venti bambini del quartiere. In seguito all’arresto e alla successiva scarcerazione dell’uomo, i genitori delle vittime decisero di farsi giustizia da soli. Una notte trovarono Fred in una caldaia abbandonata e decisero di bruciarlo. Nessuna menzione in merito al lavoro abituale del serial-killer, nè sul motivo dei suoi squilibri. Mostrata anche l’origine delle sbarre alle finestre della casa di Nancy.
Scene cult di questo primo capitolo. Oltre alla filastrocca cantata da alcune bambine vestite di un bianco luminoso, sono di rilevante importantanza la scena del letto che inghiotte il povero ragazzo di Nancy e quella di Tina che si trascina dietro avvolta in un sacco mortuario trasparente.

Curiosità:

  • L’esterno della casa, il 1428 di Elm Street,  mantenuto anche nei successivi capitoli, non era una ricostruzione in studio, ma la facciata di una vera abitazione di Genesis Avenue a Hollywood.
  • Origine del nome. Il nome e l’aspetto di Fred Krueger scaturiscono da due ricordi d’infanzia del regista: il primo da quello di un ragazzo che al tempo della scuola lo maltrattava, mentre l’aspetto deriva da quello di un barbone che gli feceva molta paura.
  • L’ispirazione per il film è venuta al regista dopo aver letto alcuni articoli di giornale che narravano di un gruppo di ragazzi che soffrivano di incubi e che, per questo, si rifiutavano di dormire. Uno di loro, in seguito ad un brutto sogno, si svegliò di colpo urlando, dopodichè cadde a terra morto per cause sconosciute.
  • La scena di Glen che entra nella camera di Nancy dalla finestra è stata ripresa dallo stesso Craven nel film Scream (1996).
  • Il film, nelle intenzioni del regista, avrebbe dovuto avere un finale del tutto buonista, con Nancy e gli amici restituiti alla vita e con la madre che non viene risucchiata dal mostro. Il definitivo finale aperto è stato un’idea della produzione, in modo da garantire l’eventuale realizzazione di un sequel.
  • Nel dvd della Eagle Pictures sono presenti delle scene che nella versione televisiva (quella trasmessa, per la prima volta, da Notte Horror nel 1991) erano state tagliate. La scena dell’omicidio di Tina è una di queste ed è visibile priva di doppiaggio.

Citazioni:

“E’ mezzanotte, e questa è TeleKruger che vi da la buonanotte…”

“Ti strappo il cuore!”

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Appunti sul diario

Pagine del diario

Riordiniamo un pò le idee buttando giù un veloce aggiornamento.

Come avrete avuto modo di notare nel post precedente, ho iniziato a trasferire in My World… il materiale rilevante pubblicato su Alone in Kyoto nel corso degli anni. La gestione di due blog è ormai impossibile per me e, quindi, tanto vale portare di qua il lavoro che non merita di essere dimenticato. Per cui, nei prossimi mesi i nuovi articoli di questo sito saranno intervallati da recensioni (o pseudo tali) di film a cui in passato ho dedicato la mia attenzione. I posteri (?) potranno tirare un sospiro di sollievo.

Durante le feste natalizie ho visto lo speciale di Black Mirror di cui tutti parlano. Opinione: Promossa a pieno voti. Bandersnatch non solo resta coerente con lo spirito della serie ideata da Charlie Brooker, ma addirittura riesce nell’intento di portarla ad un livello successivo, quello dell’interazione soggettiva da parte dello spettatore. Che poi si potrà discutere sulla vera utilità della scelta multipla e di una trama che è solo apparentemente contorta. Perchè anche il parere è soggettivo, esattamente come le scelte fatte fare al protagonista. Ma Bandersnatch rimane una meraviglia che i cultori di Black Mirror non possono non riconoscere nella forma e nei contenuti.

Dopo diversi anni sono riuscito a rivedere i miei cugini che vivono ormai in pianta stabile a Modena. Sono stati incontri veloci e brevi, come ormai le nostre vite fatte soprattutto di bambini e impegni lavorativi ci impongono di fare. Sono lontani i tempi spensierati dell’adolescenza vissuta insieme. Tuttavia li ho trovati bene. Resistiamo bene.

In questi giorni le temperature sono calate parecchio. Si dice che, nei prossimi giorni, potrebbe tornare a nevicare come già successo lo scorso febbraio, quando dalle mie parti si è assistito ad una storica imbiancata senza precedenti a memoria d’uomo. Staremo a vedere. Intanto mi sa che è arrivata l’ora di indossare il cappello anche quest’anno. Forse.

Chiudo il post con una canzone che ho scoperto tardi ma che, secondo il mio parere, completa bene lo scenario invernale a cui stiamo assistendo in questo periodo. Candele accese e occhi chiusi. Loro sono gli Alice in Chains, e questa è Nutshell.

Raw – Nudo e crudo

RAW


Tratto da Alone in Kyoto del 9 dicembre 2008

 

Se scrivo Eddie Murphy qual è la prima cosa che vi viene in mente? Quale interpretazione associate al suo nome? Alcuni di voi lo ricorderanno soprattutto per la parte di Billy Ray in Una poltrona per due, altri per il ruolo del poliziotto Axel Foley in Beverly Hills Cop, oppure per quello del neo sovrano Akeem ne Il principe cerca moglie. Murphy ha avuto un enorme successo negli anni ottanta, diventando l’icona di una comicità costruita su battute ad effetto e dal linguaggio irrispettoso.

Uno dei maggiori successi che ne hanno incrementato la fama in quello che è stato indubbiamente il suo periodo migliore, è il semi-sconosciuto Raw – Nudo e crudo, spettacolo tenutosi al Felt Forum del Madison Square Garden di New York nel 1987. Un vero e proprio show-evento, come si intuisce fin dai titoli di testa intervallati da una serie di interviste sottoposte ad un pubblico entusiasta. Diretto da Robert Townsend, lo show è preceduto da uno sketch ambientato in un appartamento abitato da persone di colore, in cui un piccolo Eddie (Deon Richmond) intrattiene i parenti raccontando barzellette dal sapore amaro (e piuttosto stupide, a dire il vero). L’idea è quella di evidenziare, fin dal video introduttivo, l’aspetto sfrontato che ha sempre contraddistinto l’attore. Titoli iniziali, dunque, e si parte con lo spettacolo.

Sul palco l’attore afro-americano, vestito in abito lucido, viola e nero, capigliatura rasata sui lati. Un saluto al pubblico e comincia il monologo. Murphy parte subito forte, come una macchinetta, senza fermarsi un secondo. Un’ora e mezza di contenuti in cui l’attore sfodera tutte le sue qualità, prendendo in giro in modo molto volgare, celebrità e costumi di quel tempo. Si passa da Mr. T a Michael Jackson, dagli omosessuali a Bill Cosby, dai matrimoni d’interesse ai rapporti promiscui. Le fantasie sessuali, i tradimenti, le ragazze timide, i bambini piagnoni, fino ad arrivare agli italiani. Ebbene si, anche i nostri luoghi comuni (in questo caso, gli atteggiamenti da bullo) vengono sbeffeggiati dall’attore. Murphy spazia da un argomento all’altro con la facilità del grande artista, collegando gli argomenti e riproponendoli anche a distanza di un’ora. E’ razzista quando parla dei bianchi, maschilista quando prende in giro le donne, scorretto quando si rivolge alle comunità gay di San Francisco (forse l’unico neo dello show).

Malgrado lo script sia influenzato dalla situazione sociale della seconda metà degli ottanta, gli elementi analizzati da Eddie possono essere riportati perfettamente alle situazioni vissute nei giorni nostri. Lo show, infatti, vive i suoi migliori momenti quando l’attore prende di mira i rapporti di coppia e intersociali, tirando in ballo il pubblico, e smascherando i falsi moralisti e l’apparente normalità mostrata dalla gente. Eddie gioca con loro, colpendoli quando meno se l’aspettano e tirando fuori le verità scomode, in un vortice di situazioni e gag in cui si ride e si riflette allo stesso tempo.

Il monologo è quasi interamente infarcito di parolacce (non per niente il film, all’epoca, scalzò Scarface al primo posto nella classifica delle pellicole con il maggior utilizzo della parola “Fuck”), ma dopo l’impatto iniziale molto forte, ci si fa quasi l’abitudine. Proprio per questo motivo, però, mi è quasi impossibile riportare tutte le citazioni dallo show, sebbene questo ne contenga una miriade e tutte memorabili.
Per concludere, Raw è un one-man show a cui non siamo molto abituati nel nostro paese, ma che colpisce dritto lo spettatore, come un pugno rivestito di zucchero filato. Sboccato, volgare, irriverente, crudo. Uno spettacolo che parte a mille all’ora e che finisce in scemando, senza perdere però il ritmo. Ciò che conta, comunque, è che ne siano state dette tante. E tutte vere.

 

CITAZIONI:
“Che cosa hai fatto per me recentemente?”

 

My World… in vacanza

jakOdzyskacNadzieje

 

Finalmente posso dire di essere ufficialmente in ferie.

Sono stati mesi estremamente intensi sotto il profilo lavorativo, e questo mi ha impedito di dedicarmi al blog come avrei voluto. Forse per la prima volta, quest’anno ho avvertito il peso del lavoro che si incrementava e che diventava sempre più totale nelle mie giornate estive. Il risvolto della medaglia è la gratificazione che mi è stata riconosciuta alla fine di questo percorso. E diciamo che (per ora) questo compensa tutti gli sforzi.

Non mi resta che augurarvi un sereno ed appagante mese di agosto e di rimandarvi a settembre per nuovi aggiornamenti su questo posto. Be positive.

La canzone del mese – Luglio 2018

Non ci si ferma mai. Continua il periodo impegnativo che (si spera) avrà la sua conclusione con le ferie di agosto. Come già saprete, mi trovo in un uragano di impegni, soprattutto lavorativi, che cattura la quasi totalità del mio tempo.  Ad ogni modo, ciò non mi impedisce di dedicare qualche riga all’oggetto di questo articolo.

Se qualcuno mi chiedesse la canzone da eleggere a simbolo della mia estate 2018 non avrei dubbi: Flames di David Guetta (con la partecipazione vocale di Sia). Nonostante si trovi in rotazione radiofonica da ormai 4 mesi, questo è un brano che non mi stanca mai, ed ha un messaggio positivo che apprezzo particolarmente.

Approfittando dell’occasione per augurare a tutti gli americani di passaggio qui un felice Giorno dell’Indipendenza, vi lascio con la canzone del mese, nella speranza che i miei interventi tornino ad essere più frequenti.

Benvenuto luglio. 

 

 

La canzone del mese – Giugno 2018

Un mese senza aggiornare My World….
Per tutti quelli che si stessero chiedendo che fine abbia fatto, sappiate che sto bene. Sono solo molto impegnato dalle ormai note scadenze lavorative. Tuttavia, il bello del mio lavoro è che quando arrivi al termine del viaggio (passatemi il termine improprio) e ti metti al passo, ti senti il padrone del mondo. E’ come essere in cima alla montagna dopo una scalata estenuante. Insomma, è una bella sensazione (QUI). E poco conta se l’effetto dura il tempo di un pomeriggio, se già dopo il weekend mi ritroverò nuovamente arretrato e in prossimità di nuove scadenze. Adesso me la godo.

Ma passiamo all’oggetto principale del post.
I Weezer mi sono sempre piaciuti (ne ho parlato agli albori di questo blog QUI). Band alternative rock americana all’apparenza molto positiva e dai toni tutt’altro che cupi. Per farvi un’idea di quel che sto dicendo, potete far riferimento al video di Buddy Holly in cui si vede il gruppo suonare addirittura nel mitico locale di Arnold del telefilm Happy Days
Da più di un anno i fans dei Weezer chiedeva loro di realizzare una cover della hit anni ottanta dei Toto, Africa. E qualche giorno fa la band ha regalato loro il pezzo che segue. Certo, il rifacimento non ha la potenza dell’originale, ma la trovo adatta per accogliere l’arrivo del mese dell’inizio dell’estate. 

Benvenuto giugno. 

 

La canzone del mese – Maggio 2018

Maggio è sempre stato il mese che ha aperto la mia personale stagione del lavoro duro (QUI), ed anche quest’anno è arrivato puntuale col suo carico di responsabilità.
Mentre per la maggior parte della gente questo periodo rappresenta l’orizzonte delle vacanze che si avvicinano, io mi ritrovo sempre più sommerso da pratiche da sbrigare entro scadenze molto ravvicinate. Non mi resta che rimboccarmi le maniche e sfidare ancora una volta il tempo in questa pazza corsa che si concluderà con le ferie d’agosto.
Sul fronte delle cose da ricordare, c’è da dire che ho iniziato ad allenarmi. E questa è una grossa novità per me che non ho mai intrapreso nemmeno un briciolo di attività fisica seria in vita mia. In sintesi, sto seguendo un programma sui 30 giorni continui basato su 3 livelli diversi di difficoltà. Roba semplice, dicono quelli del settore. A me, invece, sembra di stare scalando l’Everest a mani nude. Ad ogni modo, tra un mese vedremo se è cambiato qualcosa.

Intanto siamo giunti in primavera inoltrata. C’è una canzone che ultimamente mi capita di associare a questo periodo, forse perchè è contestualizzata proprio nel periodo della fioritura e della rinascita della natura. Il brano è Lover Lay Down della Dave Matthews Band (una jam band con quasi 30 anni di carriera alle spalle), e racconta del risveglio di un vecchio amore. A tal proposito, mi piace imprimere di seguito e conservare qui su My World…  l’interpretazione che il forum della band ha dato al testo della nostra canzone del mese:

 

«Con l’arrivo della primavera anche i vecchi amori, mai dimenticati, si risvegliano.
In questo caso il protagonista, il cui cuore ha, ora e per sempre, posto per l’amore solo ed esclusivamente dalla sua amata (I will wait for no one but you), conscio che l’amore per lui ancora brucia nel cuore dell’amata, cerca di convincerla che non c’e’ nulla di male nel loro amore, non piu’ per lo meno (Don’t be us too shy).
Avevano gia’ fatto molti progetti in passato (So much we have dreamed) ma qualcosa li ha divisi a lungo (And we were so much younger) ma questa lontananza ha permesso loro di cambiare, di potere, ora, affrontare il loro amore (Hard to explain that we are stronger) che per mille ragioni era stato “dimenticato” ( A million reasons life to deny), negato. Ma ora, osservandosi insieme (Lay down look see – She and he) lui scopre che possono ancora condividere un sorriso e sostenersi a vicenda nel bisogno (Together share this smile Each other’s tears to cry) mentre lei si sfoga con un pianto liberatorio (And you weep) quando lui le dice che la battaglia e’ finita (Cause it’s over), che non dovra’ temere nulla perche’ le cose non cambieranno (Darling it’s all the same) fino a quando saranno insieme (‘Til we dance away)»

 

Benvenuto maggio. 

 

Go – Una notte da (non) dimenticare

Go Una notte da dimenticare Teaser Poster

 

Di film destinati all’anonimato ne è piena la storia del cinema, ed io mi sono sempre interrogato sul motivo per cui questi titoli finiscono col passare in sordina per poi lasciar sbiadire le loro già precarie tracce.  A parer mio, alcuni di questi non meritano l’oblio. Ed è per questo che oggi voglio spendere qualche parola per Go – Una notte da dimenticare.

 

Go Una notte da dimenticare HDPellicola della fine degli anni novanta, tempi in cui per vedere un film in prima visione di domenica sera dovevi approdare al più vicino Blockbuster, munito della tua tessera fedeltà. In quegli anni era tutto eccessivamente pop ed underground, e i primi rave party facevano prepotentemente capolino come alternativa allo svago dei più giovani. Go trasuda tutto questo, ne coltiva la storia e fa di essa una sorta di manifesto di quella fetta di gioventù bruciata di quegli anni.

Go RonnaIl filone è uno di quelli a me più cari, quel Tutto in una notte che mi intrattiene parecchio e mi tiene incollato alla poltroncina del cinema di casa. Quattro storie si intersecano tra loro, tra i tasselli di un puzzle cronologicamente lineare che richiama la struttura delle pellicole di un certo periodo Tarantiniano. La notte viene vissuta da quattro prospettive differenti, completando sul finale il grande mosaico prodotto. Ma non è solo la tecnica di montaggio a fare il verso ad un certo genere di cinema. I dialoghi e le situazioni palesemente irrealistiche del film di Doug Liman sfociano spesso nel non-sense più assurdo, dando vita ad una sorta di Pulp Fiction acerbo che piacerà agli amanti del genere.

Il cast è formato dai “Saranno famosi” dell’epoca, giovani promesse che, a dire il vero, hanno nel tempo disilluso le aspettative. Spiccano su tutti i nomi di Katie Holmes (la Joey di Dawson’s creek ed ex Sig.ra Cruise), William Fichtner (Armageddon, Crash) e Sarah Polley (talentuosa regista, qui nei panni di attrice). 

Go ScreamLa colonna sonora di Go gioca un ruolo importante all’interno della pellicola, proprio perchè tutta la storia viene mostrata come se fosse un frenetico videoclip. La stessa soundtrack, poi, può vantare la partecipazione di numerosi artisti celebri degli anni novanta come i No Doubt, Natalie Imbruglia e Fat Boy Slim. Anche le musiche strumentali (la cosiddetta Score) che accompagnano le vicende notturne dei protagonisti, hanno un’impronta fortemente trip hop, genere molto in voga all’epoca. 

In conclusione, vi rinnovo il mio parere favorevole alla visione di Go – Una notte da dimenticare. Un film per nulla pretenzioso, che gioca a prendersi in giro, e che però può facilmente intrattenere il pubblico, specie quello in cerca di un tuffo negli anni novanta americani.

La canzone del mese – Aprile 2018

Scherzando e ridendo siamo arrivati ad Aprile. Il freddo del duro inverno che abbiamo attraversato sembra ormai alle spalle e le giornate presentano ormai i consueti valori primaverili.
I tempi sono quindi maturi per tirare a indovinare il tormentone dell’anno? No, non ancora.  E’ troppo presto. E poi le previsioni cadrebbero sul solito pezzo-fotocopia in stile raggaeton latino che sopporto sempre meno. Piuttosto c’è un brano che mi ha colpito fin dai primi mesi della sua messa in onda nelle radio e che continua a piacermi.  

Justin Timberlake non ha bisogno di presentazioni: Ex N’Sync, poi cantautore, ballerino, attore e produttore di fama internazionale. A febbraio è uscito il suo ultimo album Man of the Woods, a cui ho dato solo un veloce ascolto senza soffermarmi più di tanto. Però c’è il terzo singolo estratto, Say Something, che merita il posto della canzone del mese. Le atmosfere sono country folk, e c’è il beat costante della chitarra (quella del bravo Chris Stapleton) che voglio assolutamente provare a riprodurre. 

E allora, anche se con tutta probabilità non riuscirà ad eguagliare il successo di What goes around… comes around e Lovestoned, apriamo le porte al nuovo mese con questo brano. Benvenuto aprile. 

 

Una serata differente

Quando l’amico che conosco da oltre vent’anni mi ha proposto di uscire con la sua banda (una formazione ridotta di colleghi ed allievi), devo dire di essermi trovato piuttosto spiazzato. Mi è già capitato, anche in tempi recenti, di incontrarmi con lui ed altri amici di vecchia data e di aver così incrementato il baule di ricordi nuovi e piacevoli. Ma con questi altri non ho alcun legame professionale, non abbiamo le stesse competenze, non frequentiamo gli stessi ambienti, nè viviamo i medesimi contesti. Insomma, previsioni di serata poco incoraggianti. 

– “Che ci vengo a fare?” – gli chiedo.

– “Mi farebbe piacere che tu ci fossi. E’ tutta gente tranquilla. Un pub. Un panino. Per le 22 stiamo a casa” – risponde con l’aria di chi non ammette repliche. 

E così, malgrado lo scetticismo iniziale, ho accettato e ci sono andato. 

Appuntamento al Vomero, nel quartiere in cui ho vissuto buona parte dei miei sabato sera da ragazzo. Il posto designato all’incontro è stato nei pressi di un negozio un tempo teatro di importanti scelte musicali e ludiche per il sottoscritto. Il pub, sebbene piuttosto famoso da quelle parti, non lo conoscevo. 

Alla fine tutto è filato liscio. Si è mangiato bene e si è stati altrettanto. Certo, quando la discussione si spostava su argomenti più tecnici mi sono sentito come un pesce fuor d’acqua, ma i momenti di incomunicabilità sono stati davvero pochi ed indolori.

All’uscita mi sono ritrovato tra le vie deserte di un quartiere abitualmente molto popolato, avvolto da un gelo insolito per essere stato il primo giorno di primavera. Ma tutto questo mi è piaciuto. Strade vuote e freddo pungente hanno ristorato la mia anima. Così come mi è piaciuto ritrovarmi sotto le luci dell’insegna di quel cinema a cui sono legatissimo. Un posto che, prima ha dovuto alzare bandiera bianca a causa della crisi, e che poi ha riaperto i suoi battenti. Per amore dei ricordi di una generazione. 

 

bty