Remember the past: NIGHTMARE – DAL PROFONDO DELLA NOTTE

Tratto da Alone in Kyoto del 28 gennaio 2009

Poster di Nightmare - Dal profondo della notte

Ha il volto deturpato dalle cicatrici ed il fisico asciutto. Indossa un maglione sfilacciato a righe orizzontali rosse e verdi ed uno strano cappello. La sua mano destra è avvolta da un guanto dal quale partono lunghe lame affilate. S’insidia negli incubi dei giovani, terrorizzandoli e massacrandoli fino alla morte. E’ Freddy Krueger, uno dei più famosi mostri degli anni ottanta.

Il capostipite della fortunata saga sull’assassino dei sogni inizia con un’introduzione che ci mostra la realizzazione del guanto letale. Una validissima scena in formato ridotto (il tutto è ripreso in un riquadro dai contorni neri) che fa da preambolo al primo incubo di Tina, adolescente tormentata dalla presenza nefasta dell’ “Uomo nero”. La storia si svolge nella piccola cittadina di Springwood e si evolve assumendo, ben presto, le sfumature del teen-horror. Tina, approfittando dell’assenza dei suoi genitori, invita alcuni amici, Nancy e Glen, a casa per la notte. A loro si unisce il ribelle fidanzato, Rod, con il quale passerà la sua ultima notte di vita. Dopo l’omicidio di Tina, Freddy farà cadere, uno dopo l’altro, tutti i suoi amici. Ma Nancy non ha intenzione di abbandonarsi al sonno…

Uscito nelle sale nel 1984, Nightmare – Dal profondo della notte (A Nightmare on Elm Street) non parte come un lavoro pretenzioso. Il regista Wes Craven dovette lottare tre anni prima di ottenere il finanziamento necessario alla realizzazione della pellicola. Fu Robert Shaye,  l’allora presidente e fondatore della New Line (una modesta casa di produzione indipendente), a decidere di sposare la sua causa stanziando la somma di due milioni di dollari. Nessuno poteva prevedere un successo tanto importante da garantire alla pellicola la cifra record di 26 milioni d’incasso.
Craven, inizialmente, ideò il personaggio di Freddy come un uomo dal volto devastato dalle fiamme, con una dentatura orribile ed una bocca deformata fino all’inverosimile. La sua concezione, però, era poco attuabile su un soggetto quasi sempre presente sulla scena. Si optò così sull’effetto suggestione: invece di mostrare il mostro alla luce del giorno, si scelse di farlo agire sfruttando le ombre e giocando molto sulla paura che sopraggiunge più dall’immaginazione che da ciò che realmente viene mostrato. Questa particolare caratteristica è uno dei motivi secondo i quali in molti ritengono che Nightmare – Dal profondo della notte sia il migliore e più riuscito film dell’intera serie. In ogni caso, il trucco realizzato da David D. Miller risulta essere pregevole, con le ustioni del volto molto più reali di quelle presenti nei successivi capitoli.

Ombre di Freddy Krueger

Girato in sole quattro settimane, il film non propone una recitazione impeccabile, sebbene costituisca il debutto cinematografico di Johnny Depp. Vincente è, invece, l’idea di fornire una maggior interazione tra il serial-killer e la vittima di turno, con Freddy capace di spaventare anche attraverso delle frasi ad effetto. Una cosa del tutto innovativa nel periodo in cui Jason in Venerdì 13 e Michael in Halloween si limitavano ad ammazzare senza mai proferire parola.

Gli elementi che contraddistinguono questo primo capitolo sono molteplici. Innanzitutto il nome: lo psicopatico assassino di Elm Street viene chiamato, in maniera più formale, Fred Krueger. Una particolarità che rende l’aspetto dell’Uomo Nero ancor meno “familiare”. A questa curiosità va associata un’altra caratteristica che è quella dell’assenza quasi totale del fattore ironico: Fred è cupo, è crudele, e non ha nè tempo nè voglia di dispensare frasi divertenti. Per quello ci sarà spazio in futuro.
Nightmare – Dal profondo della notte non possiede un vasto campionario di musiche. Del tutto assenti le canzoni, le parti musicate si limitano all’utilizzo del solo celebre tema che ha reso immortale questa serie.

Il film segna anche la presenza di alcuni importanti indizi sul passato del mostro di Springwood: in questo primo capitolo la madre di Nancy racconta la storia di Fred, un maniaco che uccise più di venti bambini del quartiere. In seguito all’arresto e alla successiva scarcerazione dell’uomo, i genitori delle vittime decisero di farsi giustizia da soli. Una notte trovarono Fred in una caldaia abbandonata e decisero di bruciarlo. Nessuna menzione in merito al lavoro abituale del serial-killer, nè sul motivo dei suoi squilibri. Mostrata anche l’origine delle sbarre alle finestre della casa di Nancy.
Scene cult di questo primo capitolo. Oltre alla filastrocca cantata da alcune bambine vestite di un bianco luminoso, sono di rilevante importantanza la scena del letto che inghiotte il povero ragazzo di Nancy e quella di Tina che si trascina dietro avvolta in un sacco mortuario trasparente.

Curiosità:

  • L’esterno della casa, il 1428 di Elm Street,  mantenuto anche nei successivi capitoli, non era una ricostruzione in studio, ma la facciata di una vera abitazione di Genesis Avenue a Hollywood.
  • Origine del nome. Il nome e l’aspetto di Fred Krueger scaturiscono da due ricordi d’infanzia del regista: il primo da quello di un ragazzo che al tempo della scuola lo maltrattava, mentre l’aspetto deriva da quello di un barbone che gli feceva molta paura.
  • L’ispirazione per il film è venuta al regista dopo aver letto alcuni articoli di giornale che narravano di un gruppo di ragazzi che soffrivano di incubi e che, per questo, si rifiutavano di dormire. Uno di loro, in seguito ad un brutto sogno, si svegliò di colpo urlando, dopodichè cadde a terra morto per cause sconosciute.
  • La scena di Glen che entra nella camera di Nancy dalla finestra è stata ripresa dallo stesso Craven nel film Scream (1996).
  • Il film, nelle intenzioni del regista, avrebbe dovuto avere un finale del tutto buonista, con Nancy e gli amici restituiti alla vita e con la madre che non viene risucchiata dal mostro. Il definitivo finale aperto è stato un’idea della produzione, in modo da garantire l’eventuale realizzazione di un sequel.
  • Nel dvd della Eagle Pictures sono presenti delle scene che nella versione televisiva (quella trasmessa, per la prima volta, da Notte Horror nel 1991) erano state tagliate. La scena dell’omicidio di Tina è una di queste ed è visibile priva di doppiaggio.

Citazioni:

“E’ mezzanotte, e questa è TeleKruger che vi da la buonanotte…”

“Ti strappo il cuore!”

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Go – Una notte da (non) dimenticare

Go Una notte da dimenticare Teaser Poster

 

Di film destinati all’anonimato ne è piena la storia del cinema, ed io mi sono sempre interrogato sul motivo per cui questi titoli finiscono col passare in sordina per poi lasciar sbiadire le loro già precarie tracce.  A parer mio, alcuni di questi non meritano l’oblio. Ed è per questo che oggi voglio spendere qualche parola per Go – Una notte da dimenticare.

 

Go Una notte da dimenticare HDPellicola della fine degli anni novanta, tempi in cui per vedere un film in prima visione di domenica sera dovevi approdare al più vicino Blockbuster, munito della tua tessera fedeltà. In quegli anni era tutto eccessivamente pop ed underground, e i primi rave party facevano prepotentemente capolino come alternativa allo svago dei più giovani. Go trasuda tutto questo, ne coltiva la storia e fa di essa una sorta di manifesto di quella fetta di gioventù bruciata di quegli anni.

Go RonnaIl filone è uno di quelli a me più cari, quel Tutto in una notte che mi intrattiene parecchio e mi tiene incollato alla poltroncina del cinema di casa. Quattro storie si intersecano tra loro, tra i tasselli di un puzzle cronologicamente lineare che richiama la struttura delle pellicole di un certo periodo Tarantiniano. La notte viene vissuta da quattro prospettive differenti, completando sul finale il grande mosaico prodotto. Ma non è solo la tecnica di montaggio a fare il verso ad un certo genere di cinema. I dialoghi e le situazioni palesemente irrealistiche del film di Doug Liman sfociano spesso nel non-sense più assurdo, dando vita ad una sorta di Pulp Fiction acerbo che piacerà agli amanti del genere.

Il cast è formato dai “Saranno famosi” dell’epoca, giovani promesse che, a dire il vero, hanno nel tempo disilluso le aspettative. Spiccano su tutti i nomi di Katie Holmes (la Joey di Dawson’s creek ed ex Sig.ra Cruise), William Fichtner (Armageddon, Crash) e Sarah Polley (talentuosa regista, qui nei panni di attrice). 

Go ScreamLa colonna sonora di Go gioca un ruolo importante all’interno della pellicola, proprio perchè tutta la storia viene mostrata come se fosse un frenetico videoclip. La stessa soundtrack, poi, può vantare la partecipazione di numerosi artisti celebri degli anni novanta come i No Doubt, Natalie Imbruglia e Fat Boy Slim. Anche le musiche strumentali (la cosiddetta Score) che accompagnano le vicende notturne dei protagonisti, hanno un’impronta fortemente trip hop, genere molto in voga all’epoca. 

In conclusione, vi rinnovo il mio parere favorevole alla visione di Go – Una notte da dimenticare. Un film per nulla pretenzioso, che gioca a prendersi in giro, e che però può facilmente intrattenere il pubblico, specie quello in cerca di un tuffo negli anni novanta americani.

Una serata differente

Quando l’amico che conosco da oltre vent’anni mi ha proposto di uscire con la sua banda (una formazione ridotta di colleghi ed allievi), devo dire di essermi trovato piuttosto spiazzato. Mi è già capitato, anche in tempi recenti, di incontrarmi con lui ed altri amici di vecchia data e di aver così incrementato il baule di ricordi nuovi e piacevoli. Ma con questi altri non ho alcun legame professionale, non abbiamo le stesse competenze, non frequentiamo gli stessi ambienti, nè viviamo i medesimi contesti. Insomma, previsioni di serata poco incoraggianti. 

– “Che ci vengo a fare?” – gli chiedo.

– “Mi farebbe piacere che tu ci fossi. E’ tutta gente tranquilla. Un pub. Un panino. Per le 22 stiamo a casa” – risponde con l’aria di chi non ammette repliche. 

E così, malgrado lo scetticismo iniziale, ho accettato e ci sono andato. 

Appuntamento al Vomero, nel quartiere in cui ho vissuto buona parte dei miei sabato sera da ragazzo. Il posto designato all’incontro è stato nei pressi di un negozio un tempo teatro di importanti scelte musicali e ludiche per il sottoscritto. Il pub, sebbene piuttosto famoso da quelle parti, non lo conoscevo. 

Alla fine tutto è filato liscio. Si è mangiato bene e si è stati altrettanto. Certo, quando la discussione si spostava su argomenti più tecnici mi sono sentito come un pesce fuor d’acqua, ma i momenti di incomunicabilità sono stati davvero pochi ed indolori.

All’uscita mi sono ritrovato tra le vie deserte di un quartiere abitualmente molto popolato, avvolto da un gelo insolito per essere stato il primo giorno di primavera. Ma tutto questo mi è piaciuto. Strade vuote e freddo pungente hanno ristorato la mia anima. Così come mi è piaciuto ritrovarmi sotto le luci dell’insegna di quel cinema a cui sono legatissimo. Un posto che, prima ha dovuto alzare bandiera bianca a causa della crisi, e che poi ha riaperto i suoi battenti. Per amore dei ricordi di una generazione. 

 

bty

The Place – Un posto fuori dalla mappa

The Place

 

ALERT!: Questo articolo contiene spoiler.

Non sono più quello di una volta. Non ho il tempo di essere quello di una volta e di dedicarmi alle mie passioni come vorrei. Il poco spazio a disposizione (che poi già mancava in questi anni) mi ha costretto a fare delle scelte imbastendo una cernita delle mie priorità in termini di hobby. Il risultato è che non riesco più ad occuparmi di cinema come prima (i tempi di Alone in Kyoto sono lontani). Anzi, ho abbandonato quasi del tutto questo campo. 

Tuttavia, ci sono dei film le cui premesse ed anteprime mi colpiscono e che poi cerco di recuperare, magari a più riprese. Questa cosa, ad esempio, è successa per The Place di Paolo Genovese. La buona premessa, in questo caso, è dovuta dal fatto che Perfetti sconosciuti (penultimo lavoro del regista) mi abbia entusiasmato al punto tale da idolatrarlo e consigliarlo a tutti. Peccato che, cast corale a parte,  The Place sia tutt’altro. 

La trama. Un uomo siede ogni giorno all’interno di un ristorante, ricevendo la visita di diverse figure, promettendo di accontentare le loro richieste in cambio di un’azione da portare a termine. 

Fin qui sarebbe un film dalle grandissime possibilità. Tuttavia si perde nel tentativo di portare avanti una trama che non arriva mai a nessun colpo di scena. Se le prime fasi della pellicola sono tutte proiettate sui primi piani del protagonista e sull’aria misteriosa che lo circonda (quasi a spronare ad interrogare lo spettatore sulla vera identità del tizio), il resto di The Place è lineare e lento ai limiti del piattume. Tutti gli eventi che si svolgono nell’unica location mostrata (anche questo un azzardo per un pubblico che non è quello da teatro) seguono la stessa struttura tra loro: Qualcuno ha bisogno di qualcosa, si fa un accordo, qualcosa va storto, si ravvedono. Fine.

E non basta un buon parco di musiche (quasi tutte strumentali), un’ambientazione le cui luci al neon la fanno da padrone ed un cast più che buono. Il film non decolla. Insomma, pur applaudendo al coraggio di realizzare una pellicola fatta esclusivamente di dialoghi, ci vuole altro. O rendi le parole memorabili, o realizzi una trama che porti a qualcosa.

Ed invece, in The Place inizi la visione spinto dalle domande sul protagonista e il suo operato (“Chi è? Che fa? Lo vedono tutti? Perchè tutti gli altri sono prevalentemente calmi, anche quando gli animi si scaldano?”) e finisci a cercare una svolta che non arriva mai. 

Ritentateci meglio.

Il ritorno di Michael Mann

Blackhat_Michael_Mann

E’ stato rilasciato da qualche ora il trailer di Blackhat, cyber-thriller che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Michael Mann. Nel cast troviamo, tra gli altri, Chris Hemsworth, Viola Davis, Manny Montana, William Mapother e John Ortiz.

Regista di Manhunter, Heat – La sfida, Collateral, Miami Vice e tanti altri successi, Mann si era concesso un lungo periodo lontano dalla direzione cinematografica in seguito al flop di Public Enemies – Nemico Pubblico. Inutile dire che, adorando letteralmente la tecnica registica, i filtri notturni e le riprese in digitale, io non veda l’ora di godermi il suo nuovo lavoro. 

Purtroppo la data d’uscita nel nostro Paese è ancora sconosciuta, mentre la premier americana è stata fissata per il prossimo 16 gennaio.

Nel frattempo, di seguito c’è il  primo trailer di Blackhat. Che ve ne pare?

 

Cercasi amore per la fine del mondo – La recensione

Cercasi Amore

Anche se vedere un film per intero è diventata un’utopia (considerati, soprattutto, i miei consolidati ritmi), giovedì sera sono riuscito a vedere Cercasi amore per la fine del mondo. 

Ok, piccola premessa. Questa è stata l’unica volta che l’ho citato col penoso ed insulso titolo italiano. Ringraziamo ancora una volta le insane menti che stravolgono i titoli nella nostra lingua e partiamo. 

Commedia dal sapore agrodolce diretta da Lorene Scafaria, al suo esordio alla regia cinematografica e già sceneggiatrice per Nick & Norah – Tutto accadde in una notte (che, tra l’altro, conosco e non è mi è piaciuto). La Scafaria, dietro la macchina da presa, mette in campo tutta la sensibilità che solo una donna riesce a trasmettere, rendendo questa pellicola una piccola perla, infondendo un’atmosfera malinconica che permane per tutta la sua durata, anche nelle scene più leggere. 

La storia segue la vita di Dodge (Steve Carell), un piccolo assicuratore, sullo sfondo dell’imminente fine del mondo causata da un asteroide diretto a vele spiegate verso la Terra. Le sequenze iniziali vedono notiziari in perenne countdown dell’evento, con una parte della popolazione in preda ad isterismi, mentre altri sono decisi a negare a sè stessi il verdetto finale.  Nell’evidente caos che regna in città, Dodge si ritrova mollato dalla moglie, con un lavoro che ormai non ha più ragione di esistere ed un cane trovato per caso al parco. L’incontro con l’eccentrica Penny (Keira Knightley) farà da preludio ad un viaggio alla scoperta della vera forza della vita.

Analizzando Seeking a Friend for the End of the World posso lanciare alcuni pensieri a caso:

Il film ha un’ottima prima parte, quella che posso definire più comica, mentre la seconda parte diventa leggermente più stancante, per poi riprendersi verso il finale.

In totale la pellicola ha un buona illustrazione del contesto ed una gran bella colonna sonora anni ottanta.

Il film può essere annoverato, tra gli altri, anche tra il genere dell’on the road. 

La pellicola mi ha ricordato il bellissimo La mia vita a Garden State. I personaggi femminili sono molto simili: entrambi pieni di vita, entrambi strambi. Anche se l’interpretazione della Penny di Keira Knightley non raggiungerà mai quella di Sam, interpretata dalla Portman, in Garden State.

Sebbene abbia letto in giro pareri contrastanti a riguardo, il finale è in linea con quello che veramente mi aspettavo (SPOILER: E il messaggio finale del giornalista nell’ultimo telegiornale è di un’intensità raramente ammirata sul grande schermo).

Detto questo, mi sento di consigliare e di promuovere a pieni voti Seeking a Friend for the End of the World. Sono consapevole del fatto che è un tipo di pellicola che non può piacere alle masse. Però a me ha lasciato qualcosa, soprattutto il sano desiderio di rivederlo senza alcuna remora. E questo lo considero importante.

La Top 15 degli shock negli horror

Concept Art Horror

 

ALERT!: Post contenente spoiler un pò a casaccio.

Sono un cultore delle classifiche, un pò come i protagonisti di Alta Fedeltà di Nick Hornby. 

Shocktillyoudrop ha stilato un countdown delle 15 scene più scioccanti contenute nei film horror. Partendo dal presupposto che ognuno di noi ha una soglia di stupore diversa, il sito specializzato in notizie sul mondo dell’orrore ci gioca su e prova a scovare i momenti più disturbanti e spaventosi del genere. 

Si parte con la scena della nascita del Chestbuster contenuta nel primo Alien di Ridley Scott, raccontando che all’epoca dell’uscita nelle sale del film c’è stato addirittura chi ha lasciato il cinema in preda ai più svariati sensi di nausea. 

Un gradino più in alto per le rivelazioni di Rosemary’s baby che precedono lo shock di Donald Sutherland nel suo A Venezia… un dicembre rosso shocking (Ma che razza di titolo è?). La scena di Sarah che uccide la madre in À l’intérieur è al numero dodici. 

La classifica è bella ricca, e se volete visionarla tutta potete andare QUI. Per quanto mi riguarda, e per ciò che concerne la mia conoscenza, mi ha divertito ricordare alcune sequenze che avevo rimosso. Come il finale di The Mist, così diverso da quello del racconto di King ma evidentemente più sbalorditivo. 

Una delle scene più “spiazzanti” a cui ho assistito al cinema, sebbene non particolarmente terrificante, è il colpo di scena sul finale di Scream. Non avrei mai pensato ad una collaborazione tra Billy e Stu. Penso che all’epoca Wes Craven si divertì parecchio a depistare lo spettatore durante lo svolgimento dei fatti.
E cosa dire del finale di Saw – L’enigmista? Che razza di mente diabolica ha potuto partorire un epilogo tanto magistrale?

In quanto a voi, ricordate di aver assistito a scene scioccanti al cinema? (E no. Non parlo di vicende viste durante le code al biglietto o nei bagni dei Multisala). 

In coda, se siete amanti delle classifiche come me e avete voglia di scoprire i 100 momenti più spaventosi della storia del cinema, potete andare QUI e rileggere qualcosa del vecchio My World…

Ciao Bob

Bob Hoskins RIP

Bob Hoskins ci lascia all’età di 71 anni.

Attore britannico, candidato all’Oscar nel 1986, lo ricordo soprattutto per due pellicole a cui mi legano momenti d’infanzia: Hook – Capitan Uncino e Chi ha incastrato Roger Rabbit. Quest’ultimo titolo è stato la prima videocassetta che mio padre ci ha comprato per testare il videoregistratore. Nei mesi scorsi girava anche voce di un progetto relativo al seguito della fortuna pellicola diretta da Robert Zemeckis

Ciao, Bob. E grazie delle memorie che ci hai lasciato. 

Un fine settimana positivo

 

“Uno deve fare tutto quello che può, deve impegnarsi al massimo. Se fai così, se rimani positivo, vedrai spuntare il sole fra le nuvole.” 
(Pat Solitano, Il lato positivo)

 

Fine settimana positivo, malgrado le mie abitudini siano state stravolte da grane convenzionali a cui avrei fatto volentieri a meno.  I programmi in questo weekend miravano soprattutto a tener fuori dalla mia vita qualsiasi rottura di carattere sociale, incluse le visite pomeridiane della domenica. So che questo suona un tantino agorafobico, ma almeno nei giorni di festa mi piacerebbe tenere il passo con i miei svaghi. 

Dicevo, weekend positivo.

Sono riuscito a recuperare le ultime due puntate di American Horror Story, ed ora aspetto di godermi il Gran Finale;

Ho rimesso in sesto la mia indole da pollice verde, con risultati più che soddisfacenti. Stare a contatto con la natura è forse la più sana terapia del buonumore;

Finalmente le macchie di colla nel mio bagno lasciate dal vecchio lavandino in muratura sono andate via. La conseguenza? Una ritrovata ottimizzazione di tutto il contorno; 

Inoltre, ho finito la visione, seppur spezzettata, de Il lato positivo, diretto da David O. Russell, già regista del discreto The Fighter

 

Il lato positivo - Comic

 

Interpretato, tra gli altri, da Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, il film racconta il reinserimento nella società di Pat, un uomo afflitto da disturbi psichici causati da un trauma che l’ha visto testimone del tradimento della moglie. Nel tentativo di riconquistarla, Pat accetta il compromesso proposto da Tiffany,  una giovane donna dalla torbida personalità e dal passato complicato.

Ora, non voglio dilungarmi nel giudizio sulla pellicola (per quello il posto è Alone In Kyoto) ma devo buttare giù qualche pensiero sparso e dire che Il lato positivo funziona egregiamente sotto certi aspetti. Primo su tutti l’ambientazione rustica. Il piccolo paesino della Pennsylvania sembra essere la cornice perfetta per le vicende della famiglia Solitano. Una famiglia in cui il conflitto tra padre e figlio la fa da padrone, un pò come accade in La mia vita a Garden State tra Andrew e suo padre. Le scene degli scontri verbali tra i due ci mostrano la buona interpretazione di Cooper e l’ottima mimica di De Niro (a cui, personalmente, avrei dato l’Oscar). Le note stonate, invece, vanno alla sceneggiatura (anch’essa candidata alla statuetta, ma che ho trovato un pò troppo piatta) e alla decisione di utilizzare per certi frangenti la telecamera a mano. Nel complesso, però, Il lato positivo è un prodotto che è riuscito ad intrattenermi di buon gusto. E per questo va promosso.

Buon inizio settimana. 

Primavera in arrivo, curiosità e compagnia bella

Spring in Naples

E’ vero. L’ultimo post è rimasto fin troppo in evidenza qui in alto. Bisogna immediatamente buttarsi alle spalle un anonimo Sanremo e fare spazio a qualcos’altro. Qualsiasi cosa

Qui in città oggi si respira aria di primavera. Il paesaggio offre il cielo di un turchese acceso, e questo contribuisce a rendere lo stato d’animo più leggero.  Credo sia la più bella giornata di sole dopo un copioso periodo di pioggia e freddo grigiore. Speriamo permanga. 

Il lavoro, in questo periodo, è di quelli che non ti sfiancano troppo. Non ci sono scadenze imminenti, nessuna ora suppletiva da accettare di buongrado. Si lavora con meno stress e più equilibrio, sebbene la condizione generale sia sempre precaria e non particolarmente salda. Ad ogni modo, ci siamo.

Capitolo curiosità. Stamattina sono venuto a conoscenza di due chicche che, per quanto futili, ho deciso di lasciare in questo blog, in modo da poter essere conservate in attesa di sviluppi futuri.

La prima cosa che ho scoperto  (e che mi ha disgustato non poco) è che i Fonzies, i classici snack a base di formaggio e mais, sono adesso in vendita in una variante a dir poco oltraggiosa.
Si, sono nati i Fonzies Choco, ricoperti di cioccolato, dal dubbio sapore innovativo. A leggere un pò in giro da chi (pare) l’abbia già assaggiati, si dice che dai vecchi Fonzies abbiano eliminato la dose di formaggio, il che renderebbe l’idea meno spiacevole. Con buona pace del buon gusto.

 

Fonzies Choco

Di seguito sono passato a leggere le notizie sul cinema, per una vecchia passione che fa fatica ad assopirsi. Pensare che un tempo riuscivo a proporre personalmente le novità dal mondo dell’intrattenimento attraverso Alone in Kyoto mi mette al tappeto, come stordito dai colpi sferrati da un problema (quello della mancanza di tempo libero, ndr) a cui davvero non riesco a trovare le contromisure. 
Ad ogni modo, leggo che la Paramount è pronta a realizzare un remake di Explorers, discussa pellicola sci-fi del regista Joe Dante (quello di Gremlins e L’ululato, tanto per dirne un paio) ed interpretata da giovanissimi Ethan Hawke e River Phoenix. Un film che è passato di striscio anche su My World (QUI) e che raffigura uno dei capisaldi di tutta la cinematografia a cui sono legato dall’infanzia. 
Ora, la questione remake/reboot/sequel è sempre combattuta e oggetto di numerose critiche da parte di chi ritiene che queste operazioni commerciali siano deleteree per la memoria stessa dell’originale. Personalmente ritengo che, messi da parte budget più meno contenuti, qualsiasi strada in grado di riportare in vita un progetto perso nel tempo non possa che giovare al ricordo stesso. E pazienza se poi finiranno per rovinare un sogno. C’è un’industria da portare avanti.

 

explorers_04

Vi lascio con la promessa di farmi ritrovare qui un pò più spesso, e con una canzone di James Morrison contenuta ne La verità è che non gli piaci abbastanza, uno dei pochi film corali che ho apprezzato davvero. Questa è You make me it real.

Statemi bene.